La vocazione turistica del Salento

La vocazione turistica del Salento

Con l’avvicinarsi della stagione estiva inizia a manifestarsi sui media locali l'interesse per il futuro del turismo in Puglia con le consuete interviste agli esperti del settore sui modi e sulle dinamiche volte a sollecitare la domanda turistica della nostra Terra.

Consigli che, di solito, seguono l’immancabile elenco dei risultati ottenuti nel recente passato,  definiti generalmente "straordinari" o "al di là delle più rosee aspettative".

Senza voler in nessun modo disconoscere i meriti di chi in questi anni ha lavorato per proporre l’immagine del Salento e della Puglia nel Mondo, ci sembra opportuno offrire qualche spunto di riflessione.

Se è innegabile che il Salento sia da qualche anno in cima alle preferenze del popolo dei vacanzieri è altrettanto pacifico che la sua “vocazione turistica” non sia un fenomeno nato negli ultimi venti anni grazie a miracolose politiche o geniali intuizioni ma sia qualcosa di più profondo ed importante, qualcosa che interessa un periodo leggermente più ampio. Diciamo gli ultimi venti secoli.

Se, infatti, per vocazione di un territorio si intende la realtà del contesto ambientale nel quale esso è inserito, è di tutta evidenza che l’attitudine del Salento - terra sospesa nel mar Mediterraneo come un ponte tra l’Occidente e l’Oriente - altra non poteva essere se non quella  turistica. E questo sin dalla notte dei tempi quando questo lembo di terra costituiva un importantissimo crocevia di traffici, luogo di arrivo e punto di partenza per terre lontane.

Da sempre e continuamente il Salento è stato visitato da altri popoli. Non arrivavano a bordo di treni, di aerei e navi da crociera, non erano attratti da un brand né costituivano un target ma si trattava pur sempre di “forestieri” giunti da posti lontani. Dai Messapi ai Greci, dai Romani ai Bizantini ed ai Normanni, dai mercanti veneti ai fedeli di passaggio per la Terra Santa, tante persone hanno calpestato il nostro suolo, assaporato i nostri cibi, apprezzato la nostra arte.

Alcuni sono rimasti, accolti pacificamente dalla gente salentina, altri sono ripartiti lasciando testimonianze culturali e monumenti di rara bellezza, indelebili tracce del loro passaggio.

Il Salento è quello che oggi ammiriamo proprio perché ogni visitatore ha aggiunto qualcosa, contribuendo a rendere questa terra uno splendido coacervo di culture, musiche, tradizioni, poesie, monumenti, tutti mischiati alle innumerevoli bellezze che già Madre Natura aveva copiosamente donato.

A tutto ciò si è aggiunto, negli anni, il più potente ed efficace mezzo di comunicazione e di promozione turistica del territorio possibile ed immaginabile: la voce dei tantissimi salentini emigrati al Nord ed all’estero che, come innamorati lontani dalla propria amata, non hanno mai smesso di lodarne le virtù, descrivendo paesaggi e bellezze a persone che faticavano persino ad immaginare dove il Salento si collocasse fisicamente.

Gli ultimi venti / trent’anni sono stati importantissimi per il Salento sul piano turistico, è verissimo. Ma nel senso opposto a quello comunemente noto. In questo periodo sono stati inferti profondi graffi alle coste ed alle campagne, si è provveduto ad imbruttire paesi e città con costruzioni di pessimo gusto e ad avvelenare cielo, mare e falde acquifere.

Nel frattempo la tradizionale ospitalità della gente salentina è stata spesso offuscata dalle tante “ragioni del business”, rendendo a volte avidi speculatori quelli che un tempo erano squisiti e generosi padroni di casa.

Incentivare la vocazione turistica del nostro territorio dovrebbe portare oggi a non rovinare ciò che le precedenti generazioni  hanno realizzato intraprendendo, magari, iniziative concrete volte alla valorizzazione delle tantissime bellezze ancora poco note della nostra Terra.

Ogni tanto vale la pena ricordare che le cose brutte non attirano turisti, quelle belle ed interessanti si. Ma per capire questo bastava il buon Catalano senza la necessità di scomodare l'esperto di turno.

 

 

F. L. Rizzo

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